CRISTIAN BISSATTINI, Elagabalus. Il bene e il male, il maschile e il femminile, Vertigo Edizioni, Roma 2021

 

Il fantasma dell’imperatore romano Elagabalo si aggira ancora fra noi grazie all’opera di Cristian Bissattini, Elagabalus. Il bene e il male, il maschile e il femminile, Vertigo, Roma 2021. È dagli inizi del III secolo d.C. che questa affascinante figura attraversa i secoli: oltre che oggetto della storiografia, è stata una straordinaria suscitatrice di interesse per scrittori (soprattutto in epoca romantica, ma fino a Antonin Artaud), pittori, musicisti. Un fascino in cui si intrecciano molti fattori fra i quali Bissattini sceglie di privilegiare la complessa figura umana, multiforme e ossimorica per genere, inclinazioni sessuali, relazioni parentali e conseguenti manifestazioni di autorità come di dipendenza; il saggio  percorre le scelte politiche che ne discendono, tanto radicali nella loro estraneità alla politica corrente dell’impero romano da rivelarsi dirompenti rispetto ai limiti fra umano e divino propri della tradizione e della cultura latine; il giovanissimo imperatore li oltrepassa ibridando le due dimensioni e, specificamente, i simboli sacri e contrapposti dell’area marziale e di quella attinente la verginità e la fecondità. L’autore percorre le fonti storiografiche, tendenzialmente avverse e spinte fino alla decretata damnatio memoriae del personaggio, causa la negazione dei comportamenti virili della romanità, primo tra tutti il ripudio della guerra (p. 15). La rottura del mos maiorum è tracciata in contrasto con i noti particolari orgiastici, ponendo non pochi interrogativi sull’apparire del culto solare annunciato dal sacerdote imperatore.

Il centro della rivoluzione, dello scandalo e della ignominiosa rovina di Elagabalo viene spostato sulla sostituzione dell’economico culto della guerra, elemento portante della romanità, con un culto religioso del sole, di cui l’imperatore è sacerdote e della divinità veste la sua stessa persona. Uno fra i tanti culti orientali che segneranno le sorti di Roma, come era ormai manifesto dall’affermarsi del Cristianesimo, col conseguente indebolirsi della religione politeista dei padri ma anche con la lotta fra cristianesimo e culti orientali, quello di Iside in primis, il cui esito, ancora nel II secolo d. C., appariva incerto.

Savinio rappresenta la musa della Storia, Clio, come una figura che porta con sé una porta aperta e chiusa sugli avvenimenti a scoprire scenari sempre nuovi: è quanto ha fatto lo studio di Bissattini che, non specialista ma forte della condizione di cultore della materia trattata, ha saputo guardarla anche da un’ottica inconsueta, arricchendo il lavoro di onesta ricerca, basato sull’analisi rigorosa di fonti antiche e moderne, con la creatività e la passione che gli consentono di reinterpretare il personaggio di Elagabalo, nonostante le vistose patologie criminali, avanzando delle scusanti anche contro una tradizione storiografica consolidatasi nei millenni nel farne l’emblema della trasformazione della morale e della politica romane che, in realtà, datava dall’importazione dei costumi greci e orientali ma, soprattutto, dall’affermarsi del dispotismo imperiale, pure di impronta orientale, derivante dallo stretto nesso col potere delle milizie che, non a caso, trucidarono il giovane imperatore-sacerdote in modo infamante e unico nella storia di Roma.

La conclusione cui Bissattini arriva è che Elagabalo «non fu né peggio né meglio di molti imperatori romani» (p. 247), di contro agli storici antichi che deformarono e ampliarono alcuni fatti singolari, non perché immorali in assoluto ma in quanto non in linea con la corruzione “lecita” e accettata tranquillamente come norma non deviante, sia all’interno dei costumi prettamente romani, quanto poi in relazione all’affermarsi della morale sessuale cristiana.

 

Giovanna Caltagirone

 

 

 

Cristian BISSATTINI, Elagabalus. Il bene e il male, il maschile e il femminile, Vertigo Edizioni, Roma 2021, [pp. 275, € 17,50]

 

Nell’introduzione al suo saggio (pp. 12-17) Cristian Bissattini parte da premesse molto generali, richiamando il concetto di uomo come microcosmo e l’idea dello spirito umano come espressione della polarità di due opposti principi. L’imperatore Elagabalo è ritenuto esemplare manifestazione di questa dualità, che Bissattini esamina in un libro che è a metà tra saggio divulgativo e rilettura speculativo-filosofica di un personaggio della romanità non tra i più celebrati nella cultura di massa, anche se ben noto, così come tutta la sua epoca, a un certo gusto decadente che l’autore richiama diffusamente per mezzo di interessanti sondaggi sulla ricezione della figura nella letteratura contemporanea. Spesso questa ricognizione non è nettamente distinta, nelle sue funzioni, dal materiale antico (un buon esempio, tra i molti possibili, è già nel primo capitolo, dove la presentazione della figura dell’imperatore è affidata a testimonianze di autori come Erodiano e Cassio Dione citate accanto a ritratti dell’imperatore presi da Héliogabale di Antonin Artaud e da un romanzo di Alfred Duggan, pp. 19-23; un altro nel cap. V, dove le notizie di Lampridio sui banchetti dell’imperatore sono affiancate alle suggestioni di Swift, Manzoni e Vonnegut, pp. 179-180); tuttavia questo appiattimento cronologico e tipologico delle fonti, che potrebbe sembrare un’anomalia in un saggio storiografico, diviene pienamente comprensibile se si considera il reale scopo del libro, il quale non ambisce a proporre una classica ricostruzione di una realtà storica corredata da un prospetto sull’evoluzione della sua percezione nelle epoche successive, quanto alla rappresentazione in assoluto di un’immagine quasi archetipica e atemporale che fruisce di tutte le sue manifestazioni materiali e spirituali, cioè storiche e letterarie — una più serrata e circoscritta critica delle fonti antiche è comunque presente nell’ultimo capitolo, pp. 225-248. Un approccio, quindi, originale nella sua tendenziale asistematicità, che fa sì che in alcuni punti l’esposizione tenda ad avvicinarsi, in termini di tipologia testuale, al summenzionato scritto di Artaud, opera richiamata spessissimo nel saggio, mentre da un altro lato rimane aderente al criterio dell’argomentazione storiografica, che si avvale sia di bibliografia primaria che secondaria e ricorre, in alcuni casi, ad interessanti apporti originali (ricostruzioni iconografiche, dati ricavati da immagini satellitari etc.).

La finalità interpretativa e la prospettiva di ricerca convivono costantemente nel libro con l’approccio divulgativo, il cui segno più evidente sono le diffuse ed estese digressioni, vere e proprie appendici interne che vanno quasi sempre al di là della mera funzione di supporto alla comprensione del milieu in cui visse il protagonista e che non si limitano a fornire prospetti, spesso di carattere onnicomprensivo, sulla civiltà romana nel suo complesso (vedi ad esempio il lungo paragrafo sulla prostituzione, con molte citazioni tratte dai graffiti pompeiani, pp. 35-53, o quelli sul matrimonio, pp. 161-166, l’omosessualità, pp. 166-171, l’abbigliamento, pp. 175-179, la cultura culinaria e le abitudini alimentari, pp. 181-185, 187-191 etc.), ma si estendono ad aspetti non direttamente legati all’antichistica (come il paragrafo che presenta l’odierna città di Homs, l’antica Emesa, dando conto delle sue vicissitudini nel contesto della guerra civile siriana, pp. 65-67) e ad altri che, in ogni caso, potrebbero avere valore comparativo in termini antropologici, anche se questa finalità non sempre viene esplicitata (vedi ad esempio il breve paragrafo sulla pratica della castrazione dall’antichità ai giorni nostri, pp. 112-117, che prende in considerazione gli evirati cantori settecenteschi, gli eunuchi delle Città Proibita di Pechino e la pratica della mutilazione genitale nei paesi africani contemporanei, con osservazioni di carattere sociale e sanitario; o quello sulle falloforie, pp. 126-130). La varietà e lo sviluppo degli elementi di contorno danno al saggio quasi l’aspetto e il carattere di un meticoloso e ben documentato compendio sulla cultura materiale romana, con particolare riferimento alla sessualità, cui si accompagna un puntuale corredo terminologico e una selezione delle evidenze letterarie e, in alcuni casi, epigrafiche, numismatiche e archeologiche.

Queste digressioni più accessorie vanno comunque di pari passo a un’organica presentazione del contesto imperiale romano nella pima metà del III secolo d.C. e dell’ambiente siriano in particolare, fondamentali per leggere la figura di Elagabalo in un’ottica storica, il tutto intervallato alla narrazione quasi annalistica del suo breve regno, che costituisce l’ossatura portante del libro. Bissattini propone una nutrita galleria di personaggi ed episodi, mostrando spesso un senso dell’evento più forte del gusto per l’aneddoto e premurandosi di districare l’oggetto della sua narrazione dai giudizi tendenziosi o moralistici che hanno contribuito a costruire un’immagine parziale del giovane imperatore e a tramandarla attraverso i secoli. L’autore è attento a questi aspetti e il suo atteggiamento al riguardo si mantiene rigoroso. Ciò non vuol dire che il fascino misterioso del personaggio e del suo ambiente non venga valorizzato: il procedere passo passo attraverso le fonti si apre volentieri, a volte, alla suggestione della narrazione romanzata, senza mai, tuttavia, sconfinare nel narrativo propriamente detto e quindi nell’invenzione, avvicinandosi, in questo, ad opere come Alexander the Great di Robin Lane Fox.

Il materiale antico in lingua originale è sempre corredato di traduzione. Non sono presenti rimandi bibliografici in nota, ma le ultime pagine comprendono una bibliografia finale comprensiva di sitografia (pp. 252-262), un piccolo dizionario dei nomi (pp. 263-272) e un indice delle illustrazioni (p. 274).

 

Pietro Verzina